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Ai sensi dell’articolo 19, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 2100/94 del Consiglio dell’Unione Europea[1], la privativa comunitaria per ritrovati vegetali dura fino allo scadere del venticinquesimo anno civile successivo all’anno della concessione del diritto. Nel caso delle varietà di vite, di specie arboree e di patata, la privativa dura trenta anni, alla luce del loro processo di sviluppo lungo, complesso e costoso.

A seguito dell'analisi dei tempi necessari per la selezione, la riproduzione e il raggiungimento dei potenziali di mercato, nonché della durata di vita di varietà vegetali della specie Asparagus officinalis L. e dei gruppi di specie di piante bulbose, piante legnose a piccoli frutti e piante legnose ornamentali, gli Stati membri del consiglio d'amministrazione dell'Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali hanno chiesto all'unanimità una proroga della durata della protezione della privativa da venticinque a trenta anni.

In settori quale il settore chimico, farmaceutico, biotech e agrotech può accadere che la dimostrazione sperimentale del conseguimento di un effetto tecnico da parte di un'invenzione non sia contenuta in modo completo nella domanda di brevetto come depositata e il titolare, per sostenere la brevettabilità della propria invenzione, debba provare il raggiungimento di tale effetto sulla base di prove “post-pubblicate”, ossia prodotte solo in data successiva alla data di presentazione della domanda . L'ammissibilità di tali prove può quindi dipendere dalla "plausibilità" dell'effetto tecnico in vista delle informazioni contenute nella domanda come depositata. Recentemente alla Camera Allargata dei Ricorsi (Enlarged Board of Appeal – EboA) dell'Ufficio Europeo dei Brevetti è stato proposto un interpello o referral affinché siano chiarite le condizioni che permettono di considerare ammissibili prove post-pubblicate.

Il tema della tutela delle invenzioni informatiche, invenzioni software, o ancora invenzioni attuate mediante elaboratore (“computer-implemented invention”, CII) è spesso fonte di dubbi e incertezze per gli Inventori che operano nel settore. Forniamo qui alcune indicazioni in merito, con particolare attenzione al tema della brevettabilità ma senza dimenticare la tutela conferita a un codice software dalla legge sul diritto d’autore.

Il Codice della Proprietà Industriale (CPI) e la Convenzione sul Brevetto Europeo (CBE) indicano che possono costituire oggetto di brevetto per invenzione industriale le invenzioni di ogni settore della tecnica che sono nuove, implicano un’attività inventiva e sono atte ad avere un’applicazione industriale (art. 45(1) CPI; art. 52(1) CBE). La locuzione “ogni settore della tecnica” lascerebbe intendere che anche le invenzioni realizzate nel campo dell’informatica debbano potersi ritenere “brevettabili”, a buon diritto, nel caso in cui siano nuove, inventive e applicabili nell’industria. La situazione è però più complessa, in quanto sia il CPI, sia la CBE prevedono l’esplicita esclusione dei programmi per elaboratore (programs for computers) dal novero delle invenzioni brevettabili, quando tali programmi per elaboratore siano rivendicati “in quanto tali” (art. 45(2)(b) e 45(3) CPI; art. 52(2)(c) e 52(3) CBE).

Le società farmaceutiche innovative che intendano depositare domande di brevetto su nuovi composti farmaceutici, nuovi usi medici di composti già noti o nuovi regimi terapeutici, i cui effetti possono essere determinati solo nel corso di sperimentazioni cliniche in uomo, dovranno affrontare nel prossimo futuro nuove sfide. In Europa stanno infatti cambiando le regole sulla trasparenza delle sperimentazioni cliniche; le nuove regole prevedono che molte informazioni su tali sperimentazioni siano rese di dominio pubblico prima che le sperimentazioni abbiano inizio, cosicché queste informazioni potrebbero rappresentare tecnica anteriore opponibile a domande di brevetto depositate successivamente all'inizio della sperimentazione.

È sin dal dopo guerra che l'Europa cerca di dar vita a un unico diritto brevettuale valido in tutti gli Stati; si è partiti nel 1947 con l'idea di creare un Brevetto Comunitario (attraverso l'istituzione dell'Institut International des Brevets all'Aja) e si è giunti all'inizio del primo decennio degli anni 2000 alla predisposizione degli accordi internazionali per l'istituzione del Brevetto Unitario e del Tribunale Unificato dei Brevetti. Ostacoli di varia natura (in particolare, alcuni ricorsi presentati di fronte alla Corte Costituzionale in Germania e, non ultima, la Brexit) hanno tuttavia rallentato la prosecuzione delle attività necessarie per dare vita al Brevetto Unitario. Oggi dovremmo essere vicini al momento in cui sarà possibile ottenere un Brevetto Unitario dal momento che la Germania il 7 agosto scorso ha ratificato l'Accordo sul Tribunale unificato dei brevetti dopo che i ricorsi presentati alla Corte Costituzionale sono stati rigettati. Il Comitato preparatorio del Tribunale unificato dei brevetti ha annunciato che il tribunale dovrebbe essere operativo intorno a metà 2022-inizio 2023.

Nell'agosto di quest'anno la normativa italiana in tema di proprietà industriale è stata aggiornata al fine di consentire alle società farmaceutiche operanti in Italia di richiedere più agevolmente licenze per lo sfruttamento commerciale di brevetti concernenti prodotti medicinali utili per contrastare l'attuale pandemia.

Nel nostro precedente articolo[1] si era parlato della proposta di alcuni Stati di sospendere l'efficacia dei brevetti concernenti farmaci e vaccini anti-Covid per facilitare l'approvvigionamento dei prodotti farmaceutici necessari nella battaglia contro l'infezione da SARS-CoV-2. Si era altresì evidenziato come gli accordi internazionali sulla proprietà industriale (tra i quali, l'Accordo TRIPs) già prevedessero la possibilità per uno Stato di autorizzare lo sfruttamento di un brevetto anche senza il consenso del titolare nel caso di un'emergenza nazionale o di altre circostanze di estrema urgenza.

Con una recente ordinanza emessa in data 2 marzo 2021, la Corte di Cassazione ha chiarito quali siano i criteri da utilizzarsi per determinare la liquidazione equitativa del danno da lucro cessante subito a seguito della violazione di un brevetto.

Recentemente è stata emessa dalla Corte di Cassazione un'interessante Ordinanza (n. 5666 del 2 marzo 2021[1]) che prende in considerazione la questione della liquidazione equitativa dei danni derivanti dalla contraffazione di un brevetto per invenzione industriale.

Il caso oggetto dell'Ordinanza riguardava la lamentata contraffazione di un brevetto di prodotto. La controversia è passata attraverso le sentenze di primo e secondo grado dove si è dibattuto rispettivamente della validità e della contraffazione del brevetto e del risarcimento dei danni. Le parti hanno successivamente presentato rispettivi ricorsi alla Corte di Cassazione richiedendo la revisione della sentenza di secondo grado.

La proposta di “sospendere” i diritti brevettuali concernenti vaccini e farmaci anti-Covid19 al fine di permettere il necessario approvvigionamento di tali prodotti per risolvere la crisi da coronavirus non pare tenere in conto il fatto che la normativa internazionale e nazionale prevede da lungo tempo la licenza obbligatoria quale strumento legalmente valido e efficace cui eventualmente ricorrere in situazioni come la crisi da coronavirus.

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